Prendi un sorriso

Poeta, filosofo, avvocato, politico, autentica guida spirituale e pioniere della satyagraha (disobbedienza civile), Mohandas Karamchand Gandhi è famoso in tutto il mondo per aver portato l’India all’indipendenza attraverso la pratica della non violenza. Egli infatti asseriva: “Il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla non-violenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all’odio con l’odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell’odio stesso”.

Conosciuto universalmente come Mahatma, che significa grande Anima, egli però rifiutò sempre tale epiteto, in quanto riteneva ridicola la distinzione tra “grandi anime” e “piccole anime”, essendo tutti gli uomini uguali di fronte a Dio.

Prendi un sorriso è una sua poesia che esprime perfettamente il suo credo e la sua grande forza.

Prendi un sorriso,
Regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole,
Fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente,
fai bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
Posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
Mettilo nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
Raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza
E vivi nella sua luce.
Prendi la bontà
E donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore
e fallo conoscere al mondo.

L’errore, un input inatteso

Questa estate come regalo di compleanno al mio compagno ho deciso di regalargli/ci un incontro con un pittore, visto che con le nostre figlie ci divertiamo tantissimo a disegnare e, proprio grazie a loro, abbiamo riscoperto questo bellissimo mondo.

Per puro caso (sapendo che il caso non esiste, ovviamente), un giorno abbiamo trovato il nostro insegnante, Claudio Jaccarino, pittore, scrittore ma anche un po’ filosofo. L’esperienza è stata molto bella e come sempre accade in questi casi, una volta di più ho avuto la conferma che tutto è unione, tutto deriva da un unicum e se sei onesto con te stesso tutte le strade portano alla stessa meta. 

Ci sono stati due momenti che mi hanno molto colpita. Il primo è stato quando Claudio, parlando degli acquarelli, ha detto che questi lo hanno molto rilassato, cambiandogli proprio il temperamento. Infatti l’acquarello ti dimostra palesemente che tutto cambia e che questo è inevitabile. L’acqua infatti, anche quando tu credi di aver terminato il disegno, continua a mutare la struttura, il colore, il senso stesso del disegno. Se segui quest’onda, se accogli il cambiamento, imparerai a lasciarti andare e ad accogliere ciò che arriva, istante per istante.

Un altro momento che mi ha colpita è stato quando Claudio ha raccontato un aneddoto su Herbie Hancock. Credo che sia una riflessione molto bella quanto semplice e soprattutto, adattabile a ogni situazione e stile di vita e per questo la  riporto qui sotto: 

“Herbie Hancock, pianista e compositore di fama mondiale ed anche buddhista, una volta ha raccontato: «Anche nel jazz non ci sono note giuste e note sbagliate». Fu Miles Davis, che nel 1963 lo chiamò a far parte della sua leggendaria band, a insegnargli «come trasformare il veleno in medicina» durante un concerto del loro quintetto a Stoccolma, nel 1967. «Era una di quelle rare serate di perfezione musicale e di totale sintonia con il pubblico», racconta, spiegando che, «dopo uno straordinario assolo di Miles, in una pausa chiave, inciampai su una corda, stonando clamorosamente». Hancock si rese subito conto dell’errore. «Mi sembrava di aver frantumato una magnifica scultura di cristallo». Ma il vero shock arrivò subito dopo, quando si accorse che Davis aveva risposto al suo errore con un’improvvisazione musicale che lo incorporava nel fraseggio, rendendolo plausibile. «Invece di giudicare la mia stonatura come brutta e sbagliata, Miles la accolse come uno input inatteso, trasformandola in qualcosa di bello e virtuoso». Fu una grande lezione d’arte e di vita. «Come il buddhismo, anche il jazz è collaborazione, dialogo, tolleranza, altruismo e libertà»”. 

Con l’augurio per tutti di noi di accogliere i mutamenti e saper sorridere e trarre lezione dai proprio errori, inizio questo settembre, che per me è sempre il primo vero mese del nuovo anno. 

La paura vista da Yogananda

La paura è un veleno mentale, a meno che non venga usata come antidoto, ovvero come stimolo per agire con calma e cautela. La paura attira a sé gli oggetti della paura, come fa una calamita con i pezzi di ferro.

La paura intensifica e ingigantisce la nostra sofferenza fisica e le agonie mentali, fino a centuplicarle. È distruttiva per il cuore, il sistema nervoso e il cervello. È distruttiva per l’iniziativa mentale, il coraggio, la capacità di giudizio, il buon senso e la forza di volontà. La paura oscura la sicurezza e il potere dell’anima che tutto conquistano.

Dinanzi alla minaccia del male, non soffocare i tuoi poteri mentali creativi con la paura. Sfrutta piuttosto la paura come stimolo per trovare soluzioni pratiche e per evitare il pericolo.

Quando qualcosa ti minaccia, non rimanere inerte: fa’ qualcosa, chiamando a raccolta con calma le forze della tua volontà e del tuo giudizio.

La paura del fallimento o della malattia viene alimentata di continuo dal pensiero delle cose terribili che potrebbero accadere, finché la paura non si radica nel subconscio e infine nel superconscio. I semi della paura germogliano e riempiono la mente con le piante della paura che, a loro volta, portano i velenosi frutti della paura.

Se non sei capace di rimuovere l’ossessione del fallimento o della malattia, distrai la mente concentrando l’attenzione su libri interessanti e avvincenti, o persino su innocue forme di divertimento. Dopo che la mente avrà dimenticato l’ossessione della paura, incoraggiala a scoprire e a estirpare le cause del fallimento e della malattia dal terreno della tua vita quotidiana.

Non temere le malattie o gli incidenti, se ne sei stato vittima. Piuttosto, devi temere la paura, perché essa crea la consapevolezza delle malattie e degli incidenti. Se questa consapevolezza diventerà abbastanza forte, finirai per attirare proprio le cose che più temi. D’altro canto, il coraggio le terrà inevitabilmente lontane, o come minimo ne ridurrà la forza.

Uccidi la paura, rifiutandoti di aver paura. Sappi che sarai sempre al sicuro dietro i baluardi dell’eterna sicurezza di Dio, anche se navigherai nei tumultuosi mari della sofferenza o troverai la morte che bussa alla tua porta. I raggi protettivi di Dio possono dissipare le minacciose nubi delle catastrofi, acquietare le onde delle tribolazioni e mantenerti al sicuro, sia che tu ti trovi in un castello o sul campo di battaglia della vita, sotto il fuoco incrociato dei proiettili delle difficoltà.

Quando arriva la paura, tendi tutto il corpo e poi rilassati, espirando diverse volte. Accendi la corrente elettrica della calma e della rilassatezza. Aziona il tuo motore mentale e alimentalo attivamente con la vibrazione della volontà. Poi, imbriglia la forza di volontà agli ingranaggi del buon giudizio e di una cautela scevra d’ogni paura: fa’ girare di continuo questi meccanismi per produrre idee concrete, in modo da poter sfuggire all’imminente calamità specifica.

Se indulgi mentalmente nella paura, finirai per creare un’abitudine subconscia alla paura stessa. Allora, quando un evento qualsiasi sconvolgerà la tua regolare routine, l’abitudine subconscia alla paura si affermerà e ingigantirà l’oggetto dei tuoi timori, paralizzando la volontà della mente cosciente di combattere la paura.

Poiché sei stato fatto a immagine di Dio, hai tutti i poteri e le potenzialità di Dio. È sbagliato pensare che le tue tribolazioni siano più grandi della tua natura divina. Ricorda: non ha importanza quali siano le tue prove, non sarai mai troppo debole da non riuscire a sconfiggerle. Dio non permetterà mai che tu venga messo alla prova oltre le tue forze.

La paura non dovrebbe produrre l’inerzia, la paralisi o lo scoraggiamento mentale. Al contrario, dovrebbe spronarti alla calma e ad agire con cautela, evitando allo stesso modo l’imprudenza e l’insicurezza.

Sradica la paura dal tuo intimo, concentrandoti intensamente sul coraggio e spostando l’attenzione sull’assoluta pace interiore. Frequenta persone sane e prospere, che non temono la malattia né il fallimento.

20 Giugno, Giornata internazionale dello yoga

Non sono una fan delle “giornate dedicate a” e oggi, giornata dedicata allo yoga, non ho fatto niente di ché per festeggiarla o onorarla.

Come non faccio nulla per la giornata internazionale del rifugiato, che ho scoperto essere proprio il giorno prima di quella dello yoga, il 20 giugno. Non sono contraria di per sé a queste giornate, a queste dediche. Purtroppo però, come la troppa informazione rischia di togliere empatia e compassione, temo che anche queste giornate, essendo troppe e troppo vicine le une alle altre, rischino di passare velocemente nel dimenticatoio, proprio per la frenesia che si ha nel ricordarle, scriverne, fotografarle e poi metterle nel cassetto.
Però ripensandoci, oggi a mio modo ho ringraziato lo yoga.
Stamattina, come quasi sempre, alle 5.50 mi sono svegliata e sono andata a sedermi per il pranayama. Vera, la mia grande, si è svegliata come spesso capita con me e si è messa vicina, sdraiata su una coperta di yoga, in quella che lei chiama la cuccia. Oramai sa che la mamma fa pranayama e medita, quindi se mi parla e non le rispondo perché sono in ritenzione o sto meditando, non si lamenta, sa che quando potrò le risponderò.
Sta in silenzio, un po’ si lascia coccolare dalla mia mano che intanto la carezza, a volte si annoia visibilmente, altre sta con gli occhi aperti e chissà cosa pensa. Magari a volte sta in silenzio e basta, chi lo sa.
Ecco, questa per me è la dedica allo yoga. Un augurio per le generazioni future, per un maggiore ascolto, un maggior silenzio. E la foto per la giornata ha sempre come modella Vera, in adho mukha svanasana quando aveva due anni. Che, diciamocelo, le viene proprio bene 🙂

La parola a Yogananda

Esci dalla confinata dimora delle tue limitazioni. Inspira l’aria fresca dei pensieri vitali. Espira i pensieri velenosi dello sconforto, dell’infelicità o della disperazione. Non suggerire mai alla tua mente le limitazioni umane di malattia, vecchiaia o morte, ma ripeti a te stesso: “Io sono l’Infinito, che si è fatto corpo”.

Fai lunghe passeggiate mentali sul sentiero della sicurezza di sé. Esercitati con gli strumenti del giudizio, dell’introspezione e della creatività. Banchetta in abbondanza con il pensiero creativo, tuo e degli altri.

Soprattutto, coltiva l’abitudine alla meditazione: è l’interruttore interiore che puoi accendere per collegarti all’infinito. Concentra l’attenzione sugli effetti della meditazione mantenendoli a lungo. Così facendo, scoprirai di avere una riserva energetica nel corpo, nella mente e nell’anima. Se terrai sempre bene in mente gli effetti pacifici della meditazione, se sentirai l’immortalità del corpo e percepirai l’oceano della beatitudine divina al di sotto delle onde mutevoli delle esperienze, la tua anima troverà il rinnovamento perpetuo.

Tu sei divino, devi solo averne consapevolezza. Devi guardare dentro di te. Dietro l’onda della tua consapevolezza c’è il mare della presenza di Dio. Rivendica il tuo diritto di nascita divino. Dèstati, e contemplerai la gloria di Dio.

Un esperimento sul saper cogliere la bellezza

Un violinista nella metropolitana, una storia vera. Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro. Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia vera. L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”. Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”

Felicità è un cuore aperto

Qualche giorno fa, parlando della sequenza che stiamo praticando adesso, ho fatto riferimento ad anahata chakra, il quarto centro energetico che si trova a livello del cuore ed è infatti chiamato comunemente chakra del cuore. La sequenza di questo mese e il prossimo è infatti dedicata agli archi e alle torsioni a livello più fisico, andando a stimolare, a livello più sottile, proprio anahata. Aprire il petto, alleggerire le spalle, sciogliere la parte alta della schiena ci da subito un senso di energia, di benessere e in qualche modo ci stimola ad aprirci, ad abbracciare l’altro, ad accogliere.

Quando lavoriamo su anahata stimoliamo di conseguenza anche i polmoni e da qui ho fatto riferimento alla medicina cinese. Sono molto affascinata dalle commistioni fra culture diverse e fra medicina cinese, pensiero taoista e yoga ho tantissima ricchezza, per la quale sono veramente grata. In MTC il polmone è associato all’elemento metallo, mentre il cuore all’elemento fuoco. Sono due elementi molto diversi, ma la connessione c’è.

Il polmone è l’organo più alto (il “tetto” o “coperchio” degli organi) ed è l’unico ad avere accesso diretto con l’esterno attraverso le vie respiratorie e la pelle, a cui questo organo è connesso. Anahata chakra, guarda caso, è connesso al tatto, al toccare. È l’avvicinarsi all’altro, il lasciar cadere le proprie difese.

Associati all’elemento metallo i polmoni rappresentano, a livello emotivo, l’energia della tristezza profonda e dei forti traumi: spavento improvviso, cambi repentini, tristezza e malinconia. Le spalle chiuse, la testa china, la difficoltà a respirare fanno proprio questo: ci chiudono, non ci permettono di espanderci, trattengono. L’elemento metallo ci chiede proprio questo: imparare a lasciar andare ciò che non ci serve più, a non trattenere. Solo così potremo fare spazio a nuove esperienze che ci permetteranno di imparare, crescere, espanderci. E l’espansione è proprio l’insegnamento dell’elemento fuoco. Per crescere infatti ci vuole coraggio, bisogna avere cuore e saper agire con lui. Il rischio dell’elemento fuoco è però quello di bruciarsi, di esagerare, di andare avanti troppo spavaldi, quasi in maniera inconsapevole. Da qui nasce la mia personale connessione fra i polmoni (e di conseguenza l’elemento metallo) e anahata chakra: un’espansione più matura, meno emozionale, bilanciata dalla saggezza dell’elemento terra.

A questo punto, una ragazza che stava ascoltando mi ha detto che in cinese “felice” si scrive 开心, kāixīn, che letteralmente significa “aprire il cuore”

Come spesso accade la bellezza della lingua cinese sta nelle sue sfumature, dovute proprio all’origine pittografica di questo linguaggio. Ricercando ho trovato un blog, dal quale prendo questa citazione:

开心 (kāixīn) corrisponde a stare bene, a sentirsi colmi di un pieno che si libera generando un vuoto: uno spazio fertile e disponibile a riempirsi nuovamente, in un ciclico ripetersi. Un vuoto dinamico, un passaggio, un’alternanza, dove ciascuna cosa viene accolta, fatta fiorire e lasciata ad una nuova ricerca. Non un fissare e fermare, ma un riempire e svuotare.

Quello riempire e svuotare è il nostro respiro, il soffio vitale, ma è anche il battito del nostro cuore. Tutto è connesso, basta essere aperti. Buon coraggio a tutti!

“Non lasciarmi”: di maiali, cuori e ahimsa

La notizia del cuore di un maiale geneticamente modificato trapiantato su di un paziente mi ha scossa moltissimo, riportando alla memoria un libro che ho letto qualche anno fa, “Non lasciarmi”, del premio Nobel 2017 Kazuo Ishiguro.

È una storia non facile ma che sono felicissima di avere letto.
Nella storia si parla di tre ragazzini che vivono nell’atmosfera protetta e per certi versi idilliaca di Hailsham, un istituto isolato nel cuore della campagna inglese. I ragazzi fanno parte di un progetto in cui la loro collaborazione è indispensabile: sanno di essere diversi dai tutori e da tutti gli esseri umani del mondo di fuori, ma non hanno idea di cosa si celi dietro. Loro crescono felici, vivendo tutte le esperienze classiche di ogni bambino e ragazzo, dall’amicizia intensa ai primi amori, alla rabbia e la gelosia. Alcuni tutori sono severi ma comunque sempre giusti e pronti ad aiutare tutti e non soltanto ad insegnare le solite materie scolastiche: ad Hailsham viene anche incoraggiata la creatività, seguendo la personale inclinazione dei ragazzi.

La storia parla in particolare di tre giovani e della loro amicizia, di come essa si modifica negli anni, soprattutto quando, finito il periodo di Hailsham, i ragazzi cominciano il periodo di mezzo nei Cottages, delle specie di fattorie dismesse nelle quali questi si autogestiscono. E qui inizia la parte macabra. Ragazzi che sono stati spronati alla creatività, alla lettura, all’arte, scoprono che dopo questo breve periodo nei cottages inizierà la vera vita, quella a cui erano destinati fino ancora prima della nascita: loro non avranno mai un lavoro, non avranno mai una vita “normale” e non avranno neanche mai figli pur avendo normali impulsi sessuali poiché sono sterili. Infatti questi ragazzi sono stati generati per clonazione allo scopo di diventare “donatori” e il loro corpo sarà utilizzato per guarire le infermità della gente “vera”, quella nata da madre e padre. Tutti quanti dovranno donare i loro organi fino a che non avranno completato “il loro ciclo”.

La notizia del maiale geneticamente modificato mi ha ricordato subito questo libro che in qualche modo la mia mente aveva rimosso tanto la sua lettura, seppure appassionante, mi aveva messa a disagio.
Qui non si tratta di bambini, certo, ma di maiali. Ma a me fa male lo stesso. Quanta cattiveria devono ancora subire gli animali?

Nello yoga ci sono cinque yama, cinque principi etici a cui i praticanti dovrebbero ispirarsi e uno di questi riguarda proprio ahimsa. Himsa in  sanscrito significa violenza, fare del male e il suffisso a- significa non, perciò ahimsa può essere tradotto come non fare del male, non violenza.
Ma non c’è bisogno di praticare yoga o conoscerne la filosofia per apprezzare questo concetto che per fortuna è insito in tutte le culture. Basti pensare alla Regola d’oro, non fare gli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, principio che si ritrova nelle scritture di molte religioni.

Per l’Islam, «Nessuno di voi è un credente se non desidera per il proprio fratello ciò che desidera per se stesso»,(I quaranta hadith di al-Nawawi 13). Nell’Induismo leggiamo «Questo, dicono i saggi, è il sommo dharma: come è la vita che tu desideri per te, così sia per te quella delle [altre] creature»,(Mahabharata, 13.116.2). Nel confucianesimo, Zigong domandò: “C’è una parola che faccia da guida per tutta la vita?” Il Maestro disse:“È la reciprocità. Quel che non desideri per te, non farlo agli altri”.»,(Kǒng Zǐ 孔子 551-479 a.e.v.) 

Coltiviamo ahimsa ogni giorno, coltiviamo l’empatia, l’amore incondizionato e finalmente sapremo cogliere la bellezza che è in ogni cosa.

A tutti i guerrieri

Sotto il natale spesso, condizionati dalle abitudini culturali, si parla più spesso di bontà. Se abbiamo dei figli poi è molto facile incitarli a “fare i bravi, essere buoni”.

Spesso però essere buoni viene frainteso con un banale essere educati, giusti rispetto alla società, alle abitudini prestabilite. Così magari si salva la faccia davanti agli altri, si mantengono le buone etichette, ma si rischia di perdere la parte più autentica di noi stessi e di rimanere insoddisfatti.
Essere buoni veramente è un lavoro molto più impegnativo, richiede di andare in profondità in noi stessi, abbandonare le comfort zone, superare le paure per potersi aprire veramente a se stessi in primis e poi e agli altri.

Sono proprio i “difetti” i nostri alleati più preziosi: sono la nostra base, ciò da cui partiamo qui, ora e che può trasformarsi ed evolversi fino a diventare il nostro viaggio più bello. Ogni singolo viaggio è unico e speciale, non dobbiamo paragonarlo a quello degli altri, né averne un’immagine prestabilita. Il rischio sarebbe di compiere il viaggio di qualcun altro.
Bisogna avere tanta compassione e amore per noi stessi, curare le nostre ferite, complimentarci per gli sforzi fatti, sia che si tratti di aver salvato la vita a qualcuno sia che si tratti di essere riusciti a parlare con quella persona che ci mette a disagio o ancora, di essere riusciti a cambiare lavoro. Non siamo qui per giudicarci o giudicare. Ognuno ha il suo karma, la sua lezione da imparare e se la portiamo avanti, va bene così.

Oggi lascio la parola a queste bellissime righe che riassumono, nella loro semplicità, una grande lezione. È il mio augurio per tutti noi per l’anno che verrà, per diventare buoni e migliori in maniera sana.


Trasforma la rabbia nel fegato in gentilezza

Rompi il ghiaccio congelato della paura nei reni e trasformalo in saggezza e comprensione
Lascia andare la tristezza e le lacrime nei polmoni e trasformale nel coraggio di amare
Rilascia l’attaccamento e la preoccupazione nella milza e assumi la responsabilità di questa connessione karmica
Guarisci la separazione e l’odio nel cuore e trasformalo in amore e connessione.

Buon riposo a tutti i guerrieri della luce!

Furoshiki, o dell’arte di avvolgere

Japanese-style-wrapping-cloth-furoshiki-handkerchiefs-Flower-113B-COTTON-ANCHOR-RUDDER.jpg_640x640Due anni fa ho seguito un corso di furoshiki. Non sapevo cosa fosse, avevo solo letto velocemente che era una tecnica giapponese per confezionare pacchetti con la stoffa. L’idea mi incuriosiva e così sono andata e mi si è aperto un mondo.

Il furoshiki sarebbe la cosa più banale del mondo, ma in questo mondo talmente avanzato è invece diventato una rarità. Altro non è infatti che l’arte di imballare e trasportare le cose piegando e annodando un telo di stoffa. Quello che serve è un foulard quadrato che, piegato e annodato in vari modi diventa di volta in volta borsa, imballaggio, contenitore, adattandosi a oggetti di ogni forma e mantenendo sempre stile ed eleganza.d482968d968a6fc68e112adc732413cd

Ci sono vari motivi per cui amo l’arte del furoshiki. Portare
attenzione e cura verso ciò che si fa è un’arte a sè stante, quindi anche prendersi cura del regalo che vuoi portare a un amico è già di per sè un regalo.  L’ambiente ci guadagna, perché il concetto del furoshiki è che il foulard è un mezzo di trasporto e poi torna a casa con colui che lo ha impacchettato, pronto per trasformarsi in altro appena ce ne sarà l’esigenza. Pensate se tutti avvolgessero regali, ma anche bottiglie di vino, libri, in un furoshiki invece che in sacchetti di plastica o carta! E poi diciamocelo, tutto sommato agli amici fai anche un favore perché non devono impegnarsi a buttare via la carta che generalmente si strappa in malo modo, anche perché quasi mai a qualcuno interessa il contenitore ma solo il contenuto.
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Con il furoshiki invece, d’un tratto, il contenitore diventa originale e curioso e chi riceve il dono sa che hai preso del tempo per curare il dono. Infine, il furoshiki rappresenta benissimo il concetto di impermanenza: un pacchetto bello destinato sempre a scomporsi e a rinascere sotto altre spoglie.

Quante cose può insegnarci un semplice telo di stoffa!