Da “Educare alla vita”, di Jiddu Kishnamurti

Quando si viaggia, ci si accorge di come la natura umana sia ovunque la stessa, in India e in America, in Europa o in Australia. Questo vale soprattutto per le scuole secondarie e l’università. Stiamo creando, quasi usassimo uno stampo, un tipo di individuo il cui interesse supremo è quello di trovare la sicurezza, di diventare importante o di divertirsi pensando il meno possibile.

L’educazione tradizionale rende estremamente difficile il pensiero indipendente e il conformismo porta alla mediocrità. Essere diversi dal gruppo o resistere all’ambiente non è facile, e può essere rischioso se amiamo il successo più di ogni altra cosa. Il bisogno di avere successo, che è poi il perseguimento della ricompensa nella sfera materiale o in quella cosiddetta spirituale, la ricerca di sicurezza interiore o esteriore, il desiderio di conforto: tutto questo frena lo scontento, pone fine alla spontaneità e genera paura; e la paura blocca la comprensione intelligente della vita. Così, con il passare degli anni, l’apatia della mente e del cuore prendono il sopravvento. Cercando di ottenere conforto, di solito ci ritagliamo uno spazio protetto dove il conflitto sia ridotto al minimo, e poi abbiamo paura a uscire dal nostro isolamento.

Questa paura della vita, della lotta o di nuove esperienze uccide in noi lo spirito di avventura; l’educazione e l’istruzione ricevute ci hanno inculcato la paura di essere diversi dagli altri, il timore di pensare in contrasto con il modello socialmente stabilito, e ci hanno resi falsamente rispettosi di autorità e tradizione. Per fortuna esistono persone seriamente disposte a esaminare i problemi umani senza pregiudizi di destra o di sinistra; ma nella stragrande maggioranza di noi non c’è un vero spirito di scontento o di rivolta. Quando ci pieghiamo con rassegnazione all’ambiente circostante, qualsiasi spirito di ribellione possiamo avere avuto si spegne, e ben presto le nostre responsabilità vi pongono fine. Esistono due tipi di ribellione: c’è quella violenta, che è mera reazione, senza comprensione, contro l’ordine esistente; e c’è la profonda ribellione psicologica dell’intelligenza. Molti si ribellano alle ortodossie ufficiali solo per cadere in nuove ortodossie e illusioni, o in forme celate di autoindulgenza. Spesso accade che abbandoniamo un gruppo o un insieme di ideali ed entriamo in un nuovo gruppo, abbracciamo altri ideali, creando così un nuovo modello di pensiero a cui ancora una volta dovremo ribellarci.

La reazione genera solo opposizione, e una riforma ha sempre bisogno di riforme successive. Esiste però una ribellione intelligente che non è reazione, ma che viene con la conoscenza di sé attraverso la consapevolezza dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. Solo affrontando l’esperienza così come si presenta, senza evitarne gli aspetti negativi, possiamo mantenere l’intelligenza veramente sveglia; e l’intelligenza attiva al suo grado più alto è l’intuizione, che è l’unica vera guida nella vita.

Ora, qual è il significato della vita? Per che cosa viviamo e lottiamo? Se riceviamo un’istruzione solo per distinguerci, per avere un lavoro migliore, per essere più efficienti, per meglio dominare gli altri, allora le nostre vite saranno futili e vuote. Se riceviamo un’istruzione solo per diventare scienziati, o studiosi dediti esclusivamente ai libri, o specialisti drogati dal sapere, allora stiamo contribuendo alla distruzione e alla miseria del mondo. Anche se nella vita c’è un significato più ampio e più elevato, che valore ha l’educazione se non ci aiuta a scoprirlo?

Possiamo essere molto istruiti, ma senza un’integrazione profonda tra pensiero e sentimento le nostre vite sono incomplete, contraddittorie e lacerate da mille paure; e finché l’educazione non coltiva una visione integra della vita, il suo significato è ben poca cosa. Nella civiltà odierna abbiamo diviso la vita in così tanti scomparti che l’istruzione ha pochissimo peso, se non per imparare una particolare tecnica o una professione. Invece di risvegliare l’intelligenza integra dell’individuo, essa lo incoraggia a conformarsi a un modello, ostacolando così la sua comprensione di sé come processo totale. Cercare di risolvere i tanti problemi dell’esistenza ai loro diversi livelli, separati come sono in varie categorie, denota una totale mancanza di comprensione. L’individuo è formato da elementi diversi, ma enfatizzare le differenze e incoraggiare lo sviluppo di un aspetto specifico produce complicazioni e contraddizioni.

L’educazione dovrebbe determinare l’integrazione di questi elementi separati, perché senza integrazione la vita si trasforma in una serie di conflitti e di dolori. Che valore ha studiare da avvocati se perpetuiamo le controversie? Che valore ha il sapere se rimaniamo nella nostra confusione? Che significato hanno le abilità tecniche o industriali se le usiamo per distruggerci a vicenda? Che senso ha la nostra esistenza se ci porta alla violenza e alla desolazione totale? Anche se abbiamo denaro o siamo in grado di guadagnarne, anche se abbiamo i nostri piaceri e le nostre religioni organizzate, siamo in perenne conflitto. Dobbiamo distinguere tra ciò che è personale e l’individuo in sé. Il personale è accidentale, e con questo intendo riferirmi alle circostanze della nascita e all’ambiente in cui per caso siamo cresciuti, con il suo nazionalismo, le sue superstizioni, le distinzioni di classe e i pregiudizi. Il personale o accidentale è solo momentaneo, anche se il momento può durare tutta la vita; e poiché l’attuale sistema educativo si basa sul personale, sull’accidentale, sul momentaneo, esso porta a una perversione del pensiero e inculca paure autodifensive. Siamo stati tutti abituati dall’educazione e dall’ambiente a cercare la sicurezza e il vantaggio personale, e a lottare per noi stessi. Anche se lo dissimuliamo con espressioni gradevoli, siamo stati formati per le varie professioni all’interno di un sistema basato sullo sfruttamento e sull’avidità dettata dalla paura.

Questo tipo di preparazione deve per forza portare confusione e miseria a noi e al mondo, perché crea negli individui quelle barriere psicologiche che lo separano e lo tengono lontano dagli altri. L’istruzione non riguarda solo l’addestramento della mente: l’esercizio favorisce l’efficienza, ma non determina la completezza. Una mente che è stata soltanto addestrata è la continuazione del passato, e una mente così non può mai scoprire il nuovo. Ecco perché, per individuare il giusto tipo di educazione, dobbiamo indagare l’intero significato della vita. Per la maggior parte di noi, il senso della vita nella sua totalità non è di primaria importanza, e l’educazione che riceviamo mette l’accento su valori secondari, limitandosi a renderci competenti in qualche campo del sapere. Le conoscenze e l’efficienza sono necessarie, ma dare loro un’importanza eccessiva genera solo conflitto e confusione. Vi è un tipo di efficienza ispirata dall’amore che supera di molto ed è ben più nobile dell’efficienza dell’ambizione; e senza l’amore, che permette una comprensione integra della vita, l’efficienza genera crudeltà. Non è forse questo che accade ora nel mondo?

La nostra educazione attuale è funzionale all’industrializzazione e alla guerra, visto che il suo scopo principale è sviluppare l’efficienza; e noi siamo prigionieri di questa macchina di competizione spietata e di distruzione reciproca. Se l’educazione porta alla guerra, se ci insegna a distruggere o a essere distrutti, non ha forse fallito in pieno? Per proporre il giusto tipo di educazione, dobbiamo ovviamente comprendere il significato della vita nella sua totalità, e per farlo dobbiamo essere in grado di pensare, non in modo rigido, ma in modo diretto e vero. Un pensatore rigido è una persona irriflessiva, perché si conforma a un modello; ripete frasi fatte e non esce dagli schemi. Non si può comprendere la vita in astratto o teoricamente; comprendere la vita significa comprendere noi stessi, ed è questo il principio e il fine dell’educazione.

L’educazione non consiste solo nell’acquisizione di conoscenze, nel raccogliere dati e metterli in correlazione; essa consiste nel capire il significato della vita nella sua totalità. Ma la totalità non può essere avvicinata attraverso la parte, che è poi quello che tentano di fare i governi, le religioni organizzate e i partiti autoritari. La funzione dell’educazione è creare esseri umani integri, e perciò intelligenti. Possiamo prendere la laurea ed essere meccanicamente efficienti senza essere intelligenti: l’intelligenza non è solo conoscenza; non viene dai libri, e nemmeno consiste di abili risposte autodifensive e di affermazioni aggressive. Una persona che non ha studiato può essere più intelligente di una istruita. Abbiamo fatto di esami e diplomi il criterio per misurare l’intelligenza, e abbiamo sviluppato menti brillanti che evitano però le questioni fondamentali dell’uomo. L’intelligenza è la capacità di percepire l’essenziale, il ciò che è; e risvegliare questa capacità, in noi e negli altri, è vera educazione.

L’educazione dovrebbe aiutarci a scoprire valori duraturi, così da non lasciarci aggrappare a formule o alla ripetizione di slogan; dovrebbe aiutarci ad abbattere le barriere sociali o nazionali, invece di accentuarle, poiché generano antagonismo tra gli uomini. Purtroppo l’attuale sistema educativo ci rende sottomessi, meccanici e profondamente ottusi; anche se ci stimola intellettualmente, dentro ci lascia incompleti, vuoti e privi di creatività. Senza una comprensione integra della vita, i nostri problemi individuali e collettivi diventeranno solo più profondi e più ampi.

Il fine dell’educazione non è creare semplici eruditi, tecnici e carrieristi, ma uomini e donne integri e liberi dalla paura; poiché solo tra individui di questo genere può esistere una pace durevole. Solo con la comprensione di noi stessi possiamo mettere fine alla paura. Se un individuo deve cimentarsi con la vita momento per momento, se deve affrontarne le complessità, le miserie e gli imprevisti, deve essere assolutamente flessibile e dunque libero da teorie e schemi di pensiero specifici. L’educazione non dovrebbe incoraggiare l’individuo ad adeguarsi o a conformarsi sterilmente alla società, dovrebbe aiutarlo a scoprire i valori veri che derivano da un’indagine obiettiva e dalla consapevolezza di sé. Se non vi è conoscenza di sé, l’espressione individuale diviene autoaffermazione, con il suo fardello di conflitti aggressivi e ambiziosi.

L’educazione dovrebbe risvegliare la capacità di essere autoconsapevoli e non limitarsi ad assecondare una gratificante espressione di sé. Cosa c’è di buono nell’apprendere se nel corso della vita non facciamo che distruggerci? Considerata la sequela di guerre devastanti che scoppiano ovunque, una dopo l’altra, deve per forza esserci qualcosa di radicalmente sbagliato nel modo in cui cresciamo i nostri figli. Penso che la maggior parte di noi sia consapevole di questo, ma non sappiamo come affrontarlo. I sistemi, sia educativi che politici, non subiscono trasformazioni misteriose; mutano quando in noi si produce un cambiamento radicale. L’individuo, e non il sistema, è la cosa più importante; e finché l’individuo non comprende interamente il suo processo interiore nessun sistema, di destra o di sinistra, potrà portare nel mondo ordine e pace.

L’errore, un input inatteso

Questa estate come regalo di compleanno al mio compagno ho deciso di regalargli/ci un incontro con un pittore, visto che con le nostre figlie ci divertiamo tantissimo a disegnare e, proprio grazie a loro, abbiamo riscoperto questo bellissimo mondo.

Per puro caso (sapendo che il caso non esiste, ovviamente), un giorno abbiamo trovato il nostro insegnante, Claudio Jaccarino, pittore, scrittore ma anche un po’ filosofo. L’esperienza è stata molto bella e come sempre accade in questi casi, una volta di più ho avuto la conferma che tutto è unione, tutto deriva da un unicum e se sei onesto con te stesso tutte le strade portano alla stessa meta. 

Ci sono stati due momenti che mi hanno molto colpita. Il primo è stato quando Claudio, parlando degli acquarelli, ha detto che questi lo hanno molto rilassato, cambiandogli proprio il temperamento. Infatti l’acquarello ti dimostra palesemente che tutto cambia e che questo è inevitabile. L’acqua infatti, anche quando tu credi di aver terminato il disegno, continua a mutare la struttura, il colore, il senso stesso del disegno. Se segui quest’onda, se accogli il cambiamento, imparerai a lasciarti andare e ad accogliere ciò che arriva, istante per istante.

Un altro momento che mi ha colpita è stato quando Claudio ha raccontato un aneddoto su Herbie Hancock. Credo che sia una riflessione molto bella quanto semplice e soprattutto, adattabile a ogni situazione e stile di vita e per questo la  riporto qui sotto: 

“Herbie Hancock, pianista e compositore di fama mondiale ed anche buddhista, una volta ha raccontato: «Anche nel jazz non ci sono note giuste e note sbagliate». Fu Miles Davis, che nel 1963 lo chiamò a far parte della sua leggendaria band, a insegnargli «come trasformare il veleno in medicina» durante un concerto del loro quintetto a Stoccolma, nel 1967. «Era una di quelle rare serate di perfezione musicale e di totale sintonia con il pubblico», racconta, spiegando che, «dopo uno straordinario assolo di Miles, in una pausa chiave, inciampai su una corda, stonando clamorosamente». Hancock si rese subito conto dell’errore. «Mi sembrava di aver frantumato una magnifica scultura di cristallo». Ma il vero shock arrivò subito dopo, quando si accorse che Davis aveva risposto al suo errore con un’improvvisazione musicale che lo incorporava nel fraseggio, rendendolo plausibile. «Invece di giudicare la mia stonatura come brutta e sbagliata, Miles la accolse come uno input inatteso, trasformandola in qualcosa di bello e virtuoso». Fu una grande lezione d’arte e di vita. «Come il buddhismo, anche il jazz è collaborazione, dialogo, tolleranza, altruismo e libertà»”. 

Con l’augurio per tutti di noi di accogliere i mutamenti e saper sorridere e trarre lezione dai proprio errori, inizio questo settembre, che per me è sempre il primo vero mese del nuovo anno. 

La paura vista da Yogananda

La paura è un veleno mentale, a meno che non venga usata come antidoto, ovvero come stimolo per agire con calma e cautela. La paura attira a sé gli oggetti della paura, come fa una calamita con i pezzi di ferro.

La paura intensifica e ingigantisce la nostra sofferenza fisica e le agonie mentali, fino a centuplicarle. È distruttiva per il cuore, il sistema nervoso e il cervello. È distruttiva per l’iniziativa mentale, il coraggio, la capacità di giudizio, il buon senso e la forza di volontà. La paura oscura la sicurezza e il potere dell’anima che tutto conquistano.

Dinanzi alla minaccia del male, non soffocare i tuoi poteri mentali creativi con la paura. Sfrutta piuttosto la paura come stimolo per trovare soluzioni pratiche e per evitare il pericolo.

Quando qualcosa ti minaccia, non rimanere inerte: fa’ qualcosa, chiamando a raccolta con calma le forze della tua volontà e del tuo giudizio.

La paura del fallimento o della malattia viene alimentata di continuo dal pensiero delle cose terribili che potrebbero accadere, finché la paura non si radica nel subconscio e infine nel superconscio. I semi della paura germogliano e riempiono la mente con le piante della paura che, a loro volta, portano i velenosi frutti della paura.

Se non sei capace di rimuovere l’ossessione del fallimento o della malattia, distrai la mente concentrando l’attenzione su libri interessanti e avvincenti, o persino su innocue forme di divertimento. Dopo che la mente avrà dimenticato l’ossessione della paura, incoraggiala a scoprire e a estirpare le cause del fallimento e della malattia dal terreno della tua vita quotidiana.

Non temere le malattie o gli incidenti, se ne sei stato vittima. Piuttosto, devi temere la paura, perché essa crea la consapevolezza delle malattie e degli incidenti. Se questa consapevolezza diventerà abbastanza forte, finirai per attirare proprio le cose che più temi. D’altro canto, il coraggio le terrà inevitabilmente lontane, o come minimo ne ridurrà la forza.

Uccidi la paura, rifiutandoti di aver paura. Sappi che sarai sempre al sicuro dietro i baluardi dell’eterna sicurezza di Dio, anche se navigherai nei tumultuosi mari della sofferenza o troverai la morte che bussa alla tua porta. I raggi protettivi di Dio possono dissipare le minacciose nubi delle catastrofi, acquietare le onde delle tribolazioni e mantenerti al sicuro, sia che tu ti trovi in un castello o sul campo di battaglia della vita, sotto il fuoco incrociato dei proiettili delle difficoltà.

Quando arriva la paura, tendi tutto il corpo e poi rilassati, espirando diverse volte. Accendi la corrente elettrica della calma e della rilassatezza. Aziona il tuo motore mentale e alimentalo attivamente con la vibrazione della volontà. Poi, imbriglia la forza di volontà agli ingranaggi del buon giudizio e di una cautela scevra d’ogni paura: fa’ girare di continuo questi meccanismi per produrre idee concrete, in modo da poter sfuggire all’imminente calamità specifica.

Se indulgi mentalmente nella paura, finirai per creare un’abitudine subconscia alla paura stessa. Allora, quando un evento qualsiasi sconvolgerà la tua regolare routine, l’abitudine subconscia alla paura si affermerà e ingigantirà l’oggetto dei tuoi timori, paralizzando la volontà della mente cosciente di combattere la paura.

Poiché sei stato fatto a immagine di Dio, hai tutti i poteri e le potenzialità di Dio. È sbagliato pensare che le tue tribolazioni siano più grandi della tua natura divina. Ricorda: non ha importanza quali siano le tue prove, non sarai mai troppo debole da non riuscire a sconfiggerle. Dio non permetterà mai che tu venga messo alla prova oltre le tue forze.

La paura non dovrebbe produrre l’inerzia, la paralisi o lo scoraggiamento mentale. Al contrario, dovrebbe spronarti alla calma e ad agire con cautela, evitando allo stesso modo l’imprudenza e l’insicurezza.

Sradica la paura dal tuo intimo, concentrandoti intensamente sul coraggio e spostando l’attenzione sull’assoluta pace interiore. Frequenta persone sane e prospere, che non temono la malattia né il fallimento.

20 Giugno, Giornata internazionale dello yoga

Non sono una fan delle “giornate dedicate a” e oggi, giornata dedicata allo yoga, non ho fatto niente di ché per festeggiarla o onorarla.

Come non faccio nulla per la giornata internazionale del rifugiato, che ho scoperto essere proprio il giorno prima di quella dello yoga, il 20 giugno. Non sono contraria di per sé a queste giornate, a queste dediche. Purtroppo però, come la troppa informazione rischia di togliere empatia e compassione, temo che anche queste giornate, essendo troppe e troppo vicine le une alle altre, rischino di passare velocemente nel dimenticatoio, proprio per la frenesia che si ha nel ricordarle, scriverne, fotografarle e poi metterle nel cassetto.
Però ripensandoci, oggi a mio modo ho ringraziato lo yoga.
Stamattina, come quasi sempre, alle 5.50 mi sono svegliata e sono andata a sedermi per il pranayama. Vera, la mia grande, si è svegliata come spesso capita con me e si è messa vicina, sdraiata su una coperta di yoga, in quella che lei chiama la cuccia. Oramai sa che la mamma fa pranayama e medita, quindi se mi parla e non le rispondo perché sono in ritenzione o sto meditando, non si lamenta, sa che quando potrò le risponderò.
Sta in silenzio, un po’ si lascia coccolare dalla mia mano che intanto la carezza, a volte si annoia visibilmente, altre sta con gli occhi aperti e chissà cosa pensa. Magari a volte sta in silenzio e basta, chi lo sa.
Ecco, questa per me è la dedica allo yoga. Un augurio per le generazioni future, per un maggiore ascolto, un maggior silenzio. E la foto per la giornata ha sempre come modella Vera, in adho mukha svanasana quando aveva due anni. Che, diciamocelo, le viene proprio bene 🙂

La parola a Yogananda

Esci dalla confinata dimora delle tue limitazioni. Inspira l’aria fresca dei pensieri vitali. Espira i pensieri velenosi dello sconforto, dell’infelicità o della disperazione. Non suggerire mai alla tua mente le limitazioni umane di malattia, vecchiaia o morte, ma ripeti a te stesso: “Io sono l’Infinito, che si è fatto corpo”.

Fai lunghe passeggiate mentali sul sentiero della sicurezza di sé. Esercitati con gli strumenti del giudizio, dell’introspezione e della creatività. Banchetta in abbondanza con il pensiero creativo, tuo e degli altri.

Soprattutto, coltiva l’abitudine alla meditazione: è l’interruttore interiore che puoi accendere per collegarti all’infinito. Concentra l’attenzione sugli effetti della meditazione mantenendoli a lungo. Così facendo, scoprirai di avere una riserva energetica nel corpo, nella mente e nell’anima. Se terrai sempre bene in mente gli effetti pacifici della meditazione, se sentirai l’immortalità del corpo e percepirai l’oceano della beatitudine divina al di sotto delle onde mutevoli delle esperienze, la tua anima troverà il rinnovamento perpetuo.

Tu sei divino, devi solo averne consapevolezza. Devi guardare dentro di te. Dietro l’onda della tua consapevolezza c’è il mare della presenza di Dio. Rivendica il tuo diritto di nascita divino. Dèstati, e contemplerai la gloria di Dio.

Il gatto che si tira la coda

 Cat pulling its tail

Il gatto che si tira la coda è una posizione dello yin yoga che, essendo veramente piacevole e secondo me molto benefica, ho deciso di proporre anche nella pratica yang, in modo che tutti possano sentirne l’effetto. 

É una posizione che si può adattare facilmente e può risultare anche dolce, soprattutto se si rimane su col busto appoggiandosi col gomito a terra. Nella versione sdraiata la posizione diventa una torsione con estensione della colonna e può risultare più ostica poiché molti non riescono ad allargare le gambe.

A livello fisico, comprime in modo dolce la parte bassa della schiena distendendo la zona lombo sacrale e, se si sente la torsione, allora anche la cassa toracica è stimolata. Apre inoltre i quadricipiti e i flessori delle anche.

Cat pulling its tail, versione più semplice

A livello più yin, stimola i meridiani di Stomaco e Milza e di Vescica e Reni per la parte della colonna arcuata e in torsione.

A me piace molto proporla perché permette di respirare in maniera molto rilassata e devo dire che ho potuto riscontrare lo stesso piacere nei miei allievi, che ogni volta che arrivano a questo punto della sequenza sono già contenti. 

Quando la si pratica nello yin yoga, la faccio tenere anche 5, 6 minuti senza problemi.

Provare per credere!

 

La respirazione del timo, un semplice gesto per un grande aiuto

La respirazione del timo è un tipo di respirazione molto semplice, alla portata di tutti e che porta grandi benefici. Nella nuova sequenza la eseguiamo all’inizio della pratica, proprio per stimolare questa ghiandola e il sistema linfatico, di cui essa fa parte e al quale è dedicata la sequenza di questi mesi.

La ghiandola del timo si trova dietro allo sterno e davanti al cuore e gli ormoni che produce agiscono in particolare sullo sviluppo dello scheletro e della muscolatura, sul cuore e sui vasi sanguigni, sull’apparato genitale e su altre ghiandole endocrine, tra cui la tiroide. Inoltre il timo interviene anche nella produzione di alcune cellule linfatiche del sangue. Questa piccola ghiandola svolge un ruolo molto importante nell’accrescimento corporeo nei primi anni di vita e influenza lo sviluppo sessuale. 

La tecnica della respirazione del timo è molto facile e principalmente si basa sul picchiettare lo sterno con i nostri polpastrelli per produrre delle vibrazioni capaci di stimolare la maturazione e quindi il rilascio dei globuli bianchi. Questo gesto è anche utile a rallentare l’atrofia della ghiandola: il timo infatti raggiunge il suo apice nella pubertà, quando arriva a pesare circa 20-35 grammi, quindi inizia un processo involutivo durante il quale la massa ghiandolare viene lentamente sostituita dal tessuto adiposo, anche se non scompare mai completamente. Pensate che nell’anziano arriva a pesare appena 7 grammi. Si teorizza che questo capiti negli esseri umani proprio poiché perdono l’istinto di stimolare regolarmente la ghiandola. 

È probabile che questa respirazione sia stata ispirata dall’osservazione dei gorilla e dalla loro necessità di martellarsi il petto nei momenti di stress estremo o quando stanno per essere coinvolti in una battaglia: entrambe le situazioni infatti richiedono una stimolazione della ghiandola del timo che li aiuti ad aumentare l’energia, rilasciare la paura e preparare il sistema immunitario ad eventuali infortuni. 

Questa respirazione agisce su più livelli: ad un livello fisico stimola il timo, di conseguenza anche il nostro sistema immunitario e pulisce i polmoni; ad un livello più sottile stimola anahata chakra, il quarto centro cerebrospinale, connesso al nostro cuore. 

Come funziona praticamente: per praticare questa respirazione ci si mette seduti in una posizione comoda e si prende una bella inspirazione. Mantenendo una ritenzione a polmoni pieni si inizia a picchiettare la zona dello sterno ed eventualmente anche il torace. Quando la necessità di espirare arriva, con la base del pollice si picchietta ripetutamente lo sterno espirando con la bocca aperta vocalizzando la vocale A. Conclusa l’espirazione, si rimane un po’ in ascolto del respiro e del proprio corpo e poi si ripete. Io consiglio un ciclo di tre volte, in modo da ottenere un buon effetto.

Buona stimolazione del timo a tutti!

Sistema linfatico e yoga

Essendo oramai giunti a maggio, era il momento di cambiare la sequenza e così mi sono lasciata ispirare dal sistema linfatico, che particolarmente con l’arrivo del caldo può venir messo a dura prova.

Il sistema linfatico è molto affascinante quanto spesso  sottovalutato. Non di rado lo si ritiene semplicemente un fratello minore del sistema cardio circolatorio, principalmente conosciuto e temuto per poter causare, in caso di funzionamento scorretto, cellulite e pelle a buccia di arancia come anche edemi. Ma il sistema linfatico è molto di più. Esso svolge principalmente tre funzioni:difensiva a livello immunitario, di assorbimento dei grassi e di riequilibrio e redistribuzione dei fluidi.

Possiamo immaginarlo come una fitta rete stradale che percorre il nostro corpo, con delle aree di sosta, svincoli di scambio, ma anche vicoli ciechi. Esso è costituito da ghiandole, da vasi e da linfonodi.
La milza, le tonsille, le adenoidi e anche il timo rientrano nel circuito del sistema linfatico.
In questa rete che percorre il nostro corpo, scorre la cosiddetta linfa, un fluido extra-cellulare, proveniente dai capillari e facente parte del liquido sanguigno pompato dal cuore, che quando accede ai vasi linfatici prende appunto il nome di linfa.

Una delle posizioni della nuova sequenza

Attraverso il sistema linfatico il nostro corpo convoglia tossine e materiali di scarto dalla periferia agli organi deputati alla depurazione. Esso sale dai piedi fino alla testa ma non ha un sistema di pompaggio come il sistema cardio circolatorio e si affida invece ai muscoli: sono essi con il loro movimento a garantire lo scorrere della linfa. Per questa ragione l’attività fisica è una sua grande alleata!

Il caldo, gli scompensi ormonali, una dieta non particolarmente equilibrata possono favorire un suo ridotto funzionamento ed essere tra le cause di una cattiva circolazione.

L’inguine è un’altra parte del corpo che vogliamo stimolare quando lavoriamo sul sistema linfatico

Nella sequenza di questi prossimi mesi lavoreremo in una prima parte proprio a risvegliare il corpo muovendolo in sincronia col respiro e nella seconda in particolare porteremo l’attenzione sui punti dove si trovano i linfonodi, quindi collo, ascelle, inguine, torace e addome.

Buon maggio a tutti!

Suptavajrasana, la posizione del diamante dormiente

Suptavajrasana nella sua versione classica stimola particolarmente il meridiano di Stomaco

Suptavajrasana è una posizione che si può tenere sia nella pratica di yoga più dinamica che nello yin yoga. Supta vuol dire supino, disteso o dormiente, mentre vajra significa diamante e quindi è chiamata posizione del diamante dormiente.

Il primo approccio può essere abbastanza intenso, per questo è sempre bene provare a praticarla con un bolster o, in mancanza di questo, di tanti cuscini o coperte abbastanza pesanti.

Suptavajrasana ha moltissimi benefici: ottima se praticata prima del pranayama o di asana che richiedono un inarcamento all’indietro, facilita inoltre la digestione dopo i pasti e può dare sollievo alle gambe dopo ore in piedi o in cammino.

Con il sostegno di un bolster la posizione diventa molto più appropriabile e comodo per essere tenuta a lungo

Questa posizione calma la mente perché apre l’addome e il torace, permettendoci di respirare in maniera più profonda e consapevole. In Suptavajrasana vengono stirati alcuni punti importanti nell’agopuntura che stimolano il meridiano dello stomaco, rendendo questa posizione un buon rimedio all’indigestione o ai disturbi dello stomaco. Quando la schiena è ben sostenuta, può essere anche un valido aiuto durante la gravidanza per alleviare le classiche nausee mattutine. 

I suoi benefici non si fermano qui, perché questa posizione allunga i muscoli estensori della gamba e il muscolo psoas che connette il tronco e le gambe in profondità, riducendo la fatica e la pesantezza causate dall’iperestensione o dal restare in piedi a lungo. Riduce anche la tendenza alle vene varicose e l’edema negli arti inferiori. Sebbene per chi abbia lesioni alle ginocchia o alle caviglie non sia adatta, può essere molto benefica anche per queste articolazioni perché le apre e le fortifica, favorendo un inarcamento sano.

Suptavajrasana nella variazione con i piedi aperti esternamente stimola maggiormente il meridiano i milza

Ho sperimentato con una mia allieva che può aiutare ad attenuare i dolori dell’artrite. L’importante è sempre eseguirla nella maniera giusta, con dei buoni supporti e, se possibile, rimanerci un po’ di tempo (anche 10 minuti).

Se praticata bene, aiuta molto a calmare la mente e regola il ritmo sonno-vegllia, eliminando i principali disturbi del sonno. Proprio per questo la propongo spesso durante le lezioni di yin yoga, sia per stimolare l’elemento terra (e quindi lo stomaco), sia per rilassare la mente.

Suptavajrasana può aiutare anche ad attenuare i disturbi dell’asma, del raffreddore e le allergie, così come il mal di testa.

Come tutte le posizioni inarcate, infine, quest’asana può donarci un pieno di energia.

Buona pratica a tutti!

Un esperimento sul saper cogliere la bellezza

Un violinista nella metropolitana, una storia vera. Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro. Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia vera. L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”. Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”