La storia dietro Virabhadrasana I, II e III

virabhadra

Virabhadrasana è la posizione del guerriero, della quale abbiamo tre versioni. È molto difficile andare a una classe di yoga senza eseguire almeno una di queste tre varianti. Da me in questo periodo stiamo lavorando in particolare su Virabhadrasana I e III.

Vira significa eroe, mentre Bhadra significa amico. La storia dietro Virabhadra non è propriamente quella che ci si immagina quando si sta sopra il tappetino, c’è molta collera, violenza, orgoglio.

La storia comincia con il matrimonio fra il Dio Shiva e sua moglie Shakti. Secondo i testi antichi il padre di Shakti, il potente re Daksha, non approvava la loro unione. Shiva era descritto come un dio non convenzionale, portava lunghi rasta e amava meditare nei cimiteri, coperto dalle ceneri dei morti. Era inoltre solitario e preferiva meditare in cima alle montagne piuttosto che avere a che fare con la società. Infine, oltre a consumare droghe e danzare per puro piacere, l’anticonvenzionale Dio portava sempre con sé un teschio (si dice che questa era una maledizione gettata dal Dio Brahma come vendetta poiché Shiva gli aveva tagliato una delle sue cinque teste).
In poche parole, Shiva era l’antitesi del re Daksha che invece cercava di preservare le regole della società tradizionale.

Dopo che si furono sposati, Shakti lasciò la famiglia per andare a vivere col suo sposo sul Monte Kailash. Infuriato per questa unione, il padre decise di organizzare un grande evento, un rituale di sacrificio conosciuto come Yagna, al quale invitò tutte le creature divine ad eccezione di sua figlia e del suo sposo.
Shakti, addolorata dall’affronto del padre, decise di andare da sola alla festa e di affrontare di petto il padre, mentre Shiva sarebbe rimasto sul monte assorto in meditazione.
Arrivata allo Yagna però, il padre si rifiutò addirittura di parlarle e quando finalmente lo fece fu solo per ridicolizzare la coppia davanti a tutti, commentando che la figlia si era sposata col “Dio delle Bestie”.

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Shakti, profondamente umiliata, esclamò

“Visto che tu mi hai donato questo corpo, io non voglio più essere associata a questo”

Detto questo, Shakti si sedette, entrò in uno stato di trance e iniziò ad aumentare il suo fuoco interno fino a quando non bruciò completamente.

Shiva presto venne a sapere della morte violenta della sua amata. Dopo le lacrime subentrò una violenta ira, si strappò gli abiti e persino i rasta uno a uno dalla testa. Secondo la leggenda Virabhadra nacque da uno dei rasta che Shiva scagliò con violenza sulla terra.
Virabhadra poi venne diretto da Shiva alla festa del Re Daksha con lo scopo di uccidere tutti, decapitare il re e berne il suo sangue.

È qui che troviamo il collegamento tra la tragica storia d’amore e vendetta e le posture che noi eseguiamo durante la pratica oggigiorno.

Secondo i testi antichi, Virabhadra entrò allo Yagna dal sottosuolo, spingendosi verso la luce con le sue due spada sopra la sua testa – figura che ci collega a Virabhadrasana I

V1

Dopodiché, Virabhadra si mostrò agli invitati con le spade sguainate, pronto a colpire. Virabhadrasana II rappresenta questo momento, con la vittima davanti agli occhi _ il dito medio della mano davanti indicando il bersaglio, mentre la mano dietro regge l’altra spada

 Virabhadrasana II

Infine, Virabhadra alzò la spada in aria e, come indicato da Shiva, con velocità e precisione tagliò la testa del re Daksha. Questa scena è evidenziata in Virabhadrasana III

 

A questo punto dakshaShiva arrivò  allo Yagna e riassorbì Virabhadra dentro sé stesso. Vedendo la morte e la distruzione davanti a sé, il Dio non riuscì più a provare ira ma piuttosto profondo sconforto e dolore. Così, spinto dalla compassione verso il suocero, cercò il corpo di Daksha e gli diede una nuova testa, ma non una umana, bensì quella di una capra, per poi riportarlo in vita. Questi, immediatamente, si chinò verso di lui e lo chiamò “il buono e caritatevole”.
Shiva poi prese i resti del corpo della moglie e tornò alla sua vita solitaria.

Virabhadrasana certamente non ricorda a primo acchito il principio del primo yama, ahimsa. Questa serie di asana però, se eseguite con la consapevolezza apportata dal mito, può ricordarci  che sì, è importante agire davanti alle ingiustizie dirette verso di noi o gli altri, ma anche che ogni singola nostra azione porterà delle conseguenze e che quindi i nostri gesti non devono essere ciechi…

… Anche perché ahimè non possiamo ridare la vita ai morti come faceva Shiva 🙂


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