Furoshiki, o dell’arte di avvolgere

Japanese-style-wrapping-cloth-furoshiki-handkerchiefs-Flower-113B-COTTON-ANCHOR-RUDDER.jpg_640x640Due anni fa ho seguito un corso di furoshiki. Non sapevo cosa fosse, avevo solo letto velocemente che era una tecnica giapponese per confezionare pacchetti con la stoffa. L’idea mi incuriosiva e così sono andata e mi si è aperto un mondo.

Il furoshiki sarebbe la cosa più banale del mondo, ma in questo mondo talmente avanzato è invece diventato una rarità. Altro non è infatti che l’arte di imballare e trasportare le cose piegando e annodando un telo di stoffa. Quello che serve è un foulard quadrato che, piegato e annodato in vari modi diventa di volta in volta borsa, imballaggio, contenitore, adattandosi a oggetti di ogni forma e mantenendo sempre stile ed eleganza.d482968d968a6fc68e112adc732413cd

Ci sono vari motivi per cui amo l’arte del furoshiki. Portare
attenzione e cura verso ciò che si fa è un’arte a sè stante, quindi anche prendersi cura del regalo che vuoi portare a un amico è già di per sè un regalo.  L’ambiente ci guadagna, perché il concetto del furoshiki è che il foulard è un mezzo di trasporto e poi torna a casa con colui che lo ha impacchettato, pronto per trasformarsi in altro appena ce ne sarà l’esigenza. Pensate se tutti avvolgessero regali, ma anche bottiglie di vino, libri, in un furoshiki invece che in sacchetti di plastica o carta! E poi diciamocelo, tutto sommato agli amici fai anche un favore perché non devono impegnarsi a buttare via la carta che generalmente si strappa in malo modo, anche perché quasi mai a qualcuno interessa il contenitore ma solo il contenuto.
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Con il furoshiki invece, d’un tratto, il contenitore diventa originale e curioso e chi riceve il dono sa che hai preso del tempo per curare il dono. Infine, il furoshiki rappresenta benissimo il concetto di impermanenza: un pacchetto bello destinato sempre a scomporsi e a rinascere sotto altre spoglie.

Quante cose può insegnarci un semplice telo di stoffa!

 

 

 

Un Weekend di Yoga a San Pietroburgo

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Mikhail e Ilya

Il 15 e 16 ottobre di quest’anno sono stata invitata allo Yoga Rainbow Festival a San Pietroburgo.
Sono stata invitata da Ilya Zhuravlev, insegnante di yoga che ho conosciuto in India nel 2011. Proprio quello stesso anno lui e il suo collega Mikhail Baranov, proprietari dello studio Yoga 108 di Mosca, hanno fondato lo Yoga Rainbow, che viene organizzato ogni anno a maggio in Cirali, Turchia, e poi in differenti città russe.

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San Pietroburgo, la Splendida

Non sono mai stata una grande fan degli yoga festival, mi sembrano un inno al business e alla moda che hanno inondato lo yoga negli ultimi decenni.
Ero però molto curiosa di attendere a questo festival in particolare per vari motivi. Uno era senza dubbio la mia grande passione per la lingua e cultura russa: l’idea di poter aggiungere all’esperienza formativa quella ludico-culturale di girare per la magnifica città mi attirava molto.

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Mikhail insegna una classe dedicata ai bandha

Soprattutto però l’interesse era dovuto al fatto che entrambi gli organizzatori sono discepoli di Shailendra Sharma, guru del Krya Yoga del quale anche il mio insegnante in Italia è pupillo.

Non conoscevo bene Ilya, ma lo scambio che avevamo avuto in India mi aveva subito fatto intendere che era una persona onesta, aperta e con un profondo e vero interesse per lo yoga. Dal 2001 gira in lungo e in largo l’India, nonostante le difficoltà per i russi ad ottenere il visto, sperimentando e sperimentandosi.
Queste ragioni erano più che sufficienti per spingermi ad andare.

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Yoga terapeutico

Così, preso il biglietto, sono partita e devo dire che le mie aspettative sono state felicemente confermate. Dello strascico modaiolo tipico di Milano neanche l’ombra. In due giorni si sono susseguite molte lezioni che hanno toccato vari aspetti della disciplina: anatomia, yoga per le donne, lezioni di approfondimento sulla tecnica dei bandha, lezioni di filosofia, oltre ovviamente a quelle di asana. Niente shops, cianfrusaglie, luci sfarzose, 14633139_1125159104200316_7350266984886061234_oninnoli vari!

Molte lezioni vertevano sull’aspetto terapeutico della disciplina, senza perdere il divertimento di provare asana più stravaganti, ma senza fretta, con calma ed equilibrio, insomma come dovrebbe essere (ma spesso non è).
I partecipanti erano aperti, curiosi e attenti e, sebbene il mio russo non sia così buono, è stato sufficiente per capire che la media aveva una conoscenza approfondita dello yoga e lo praticava in maniera autentica.

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Un greco nella già “freddina” Pietroburgo

Ospite straniero è stato Anastasis Kotsogiannis, un sorridente insegnante greco che vive estraniato dal mondo a Creta, senza cellulare, nella maniera più spartana possibile. In Turchia gli ospiti stranieri sono di più, fra questi spiccano certamente i nomi di Mark e Joan Derby, che ho potuto seguire in Italia per una cinque giorni speciale e che ho apprezzato per la loro maniera più equilibrata e salutare di affrontare la pratica spesso aimé insegnata in modalità “no pain no game” dell’ashtanga vinyasa yoga.

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Interessante è stato parlare con Ilya della situazione dello yoga in Russia: la chiesa ortodossa è molto forte e il rischio abbastanza elevato che venga fatto ostracismo contro questa disciplina, vista come una pratica esoterica e quindi insana.
Chissà, forse proprio questo rischio sta salvando lo yoga in Russia da un capitalismo sfrenato, mantenendolo più nascosto, più di nicchia. Cosicché solamente chi è veramente interessato si avvicini.

La parola a Dostoevskij

Lascio oggi la parola aFedor-Dostoevskij-C-GettyImages_imagelarge Fëdor Dostoevskij, che come molti di voi sanno è uno dei miei autori preferiti. In particolare, in occasione della pasqua, vi lascio con il finale de I Fratelli Karamazov, un libro che ho letto due volte a distanza di dieci anni. La prima volta lo  apprezzai per l’attacco alla religione che vi trovavo (il famoso passaggio de “il grande inquisitore”), la seconda l’ho amato per la sua grandissima spiritualità. Le contraddizioni mi hanno sempre stimolata ed è bello anche ricredersi e scoprire il nuovo in ciò che già si credeva di conoscere. Non vi anticiperà nulla della storia, qualora vi venisse voglia di leggerlo in un futuro 🙂

Buona lettura!

“Signori, presto ci separeremo … Stringiamo un patto qui, presso il macigno di Iljuša: che non ci dimenticheremo prima di tutto di Iljuša, e poi l’uno dell’altro… E ci ricorderemo il giorno in cui abbiamo sepolto il povero ragazzo, al quale in passato avevamo tirato i sassi presso il ponticello – ve lo ricordate? – e poi abbiamo tutti imparato ad amarlo… Sappiate che non c’è nulla di più sublime, di più potente, di più salutare e di più utile per tutta la vita, di un buon ricordo e soprattutto di un ricordo dell’infanzia… Se un uomo porta con sé molti di questi ricordi nella vita, egli sarà salvo fino alla fine dei suoi giorni. E anche se dovesse rimanere un solo buon ricordo nel nostro cuore, anche quello potrebbe servire un giorno per la nostra salvezza. Chissà, potremo anche diventare cattivi un giorno… Tuttavia, per quanto possiamo diventare cattivi – che Dio non voglia! – quando ricorderemo il giorno in cui abbiamo sepolto Iljuša, come lo abbiamo amato negli ultimi giorni della sua vita e come, in questo momento, ci siamo parlati da amici, stando tutti insieme presso questo macigno, allora anche il più cattivo fra di noi, anche il più cinico – ammesso che si sia diventati tali – non oserà, dentro di sé, ridere di quanto è stato buono e gentile in questo momento! Anzi, potBkdraftrebbe accadere che proprio questo ricordo lo distolga da un grande male ed egli potrà riflettere e dire: – Sì, allora ero buono, coraggioso e onesto – ”.

“Sarà sicuramente così, Karamazov, io vi comprendo, Karamazov!”, esclamò Kolja con gli occhi che gli brillavano. I ragazzi si agitarono commossi e volevano dire qualcosa anche loro, ma si trattennero e continuarono a rivolgere i loro sguardi attenti e commossi all’oratore. “Dico questo nel caso deprecabile che diventiamo cattivi”, proseguì Alëša, “ma perché mai dovremmo diventarlo, signori? Per prima cosa, soprattutto, noi saremo buoni, poi onesti e poi non ci dimenticheremo mai l’uno dell’altro. Lo ripeto ancora. Io, per primo, vi do la mia parola che non dimenticherò nessuno di voi; ciascun viso che in questo momento mi sta guardando, lo ricorderò, dovessero passare pure trent’anni… Voi tutti, signori, mi siete cari, per sempre conserverò tutti voi nel mio cuore e vi chiedo di conservare anche me nel vostro! E chi ci ha uniti in questo buono, nobile sentimento – colui che noi ricorderemo e desidereremo ricordare per sempre, per tutta la vita – se non Iljuša, il buon ragazzo, il dolce ragazzo, il ragazzo che sarà caro a noi nei secoli dei secoli? Allora non dimentichiamolo mai, eterna memoria a lui nei nostri cuori da ora e nei secoli dei secoli!”. 

CollegioSanStanislaoLjubljana-2010“Sì, sì, eterna memoria, eterna memoria”, gridarono all’unisono i ragazzi con le loro vocette squillanti e i volti commossi. “Ricorderemo anche il suo viso, il suo vestitino, e i suoi miseri stivaletti e la sua piccola bara e il suo sciagurato padre, e di come egli insorse coraggiosamente contro tutta la classe in difesa del padre!” . “Ricorderemo, ricorderemo!”, fecero coro ancora una volta i ragazzi. “Era coraggioso, era buono!”. “Ah, quanto gli volevo bene!”, esclamò Kolja. “Ah, figlioletti, cari amici, non abbiate paura della vita! Com’è bella la vita se compi un’azione giusta e buona!”. “Sì, sì”, ripeterono i ragazzi solennemente. “Karamazov, vi vogliamo bene!”, gridò impulsivamente una voce, forse quella di Kartašov. “Vi vogliamo bene, vi vogliamo bene!”, fecero eco anche tutti gli altri. Molti avevano gli occhietti pieni di lacrime. “Urrà per Karamazov!”, proclamò Kolja entusiasta. “Ed eterna memoria al povero ragazzo!”, soggiunse ancora una volta con sentimento Alëša. “Eterna memoria!”, ripeterono i ragazzi.

“Karamazov!”, gridò Kolja. “È vero che la religione dice che noi tutti risorgeremo dai morti e torneremo a vivere e ci rivedremo l’un l’altro, tutti, anche Iljuša?”.“Senza dubbio risorgeremo, senza dubbio ci rivedremo e in gioia e lietezza ci racconteremo l’un l’altro tutto il nostro passato”, rispose Alëša fra sorridente e estasiato. “Ah, come sarà bello!”, sfuggì a Kolja. “Ma adesso basta parlare e andiamo al pranzo funebre. Non siate turbati dal fatto che mangeremo le frittelle. Questa è un’antica, eterna tradizione e c’è del buono in essa!”, disse Alëša ridendo. “Su, andiamo! Andiamoci tutti adesso, mano nella mano!”. “E sarà così per sempre, per tutta la vita, mano nella mano! Urrà per Karamazov!”, gridò Kolja un’altra volta con trasporto, e ancora una volta i ragazzi fecero eco al suo grido”.

I due anelli – S.N. Goenka

goenkaDi origine indiana, S.N. Goenka è nato e cresciuto in Birmania. In questo paese ebbe la fortuna di incontrare il maestro U Ba Khin e di imparare da lui la tecnica di meditazione “Vipassana”, che in lingua pali significa vedere in profondità. Dopo aver ricevuto l’insegnamento dal suo maestro per 14 anni, S.N. Goenka ritornò in India e lì, nel 1969, cominciò ad insegnare questa tecnica. In un paese ancora fortemente diviso da differenze di caste e religione, i suoi corsi attirarono persone di ogni strato sociale e anche molti stranieri provenienti da tutto il globo. S.N. Goenka è morto nel 2013 ma i corsi Vipassana sono oramai una realtà stabilita in tutto il mondo (in Italia il centro si trova in Toscana) e  un’ottima occasione per aiutarci in questo cammino. Io personalmente ho seguito due ritiri per il momento e entrambi sono stati esperienze intense ed importanti. Qui vi lascio con una storia che Goenka racconta per spiegare il concetto di anicca, ovvero impermanenza.

Un uomo ricco morì in età avanzata, lasciando due figli. Per qualche tempo essi continuarono a vivere secondo l’usanza indiana tradizionale, in un’unica famiglia allargata.anicca Poi litigarono, decisero di separarsi e dividere al cinquanta per cento le proprietà. A transazione avvenuta, trovarono un pacchettino che il padre aveva nascosto con cura. Lo aprirono e vi trovarono due anelli: uno aveva un diamante di notevole valore, l’altro era un semplice anello d’argento da poche rupie.
Vedendo il diamante, il fratello più anziano, preso dall’avidità, disse al giovane – “Mi sembra che quest’anello non sia di proprietà di nostro padre, ma piuttosto un bene ereditato dagli antenati, per questo l’ha tenuto separato dalla altre proprietà. Poiché è stato conservato in famiglia per generazioni, deve rimanere per le generazioni future ed essendo il primogenito, lo conserverò io. È meglio che tu prenda l’anello d’argento”. Il più giovane sorrise dicendo – “Va bene, sii felice con l’anello di diamanti, io sarò felice con l’anello d’argento”.
Entrambi indossarono al dito i rispettivi anelli ed andarono per la loro strada.
“E’ comprensibile che mio padre abbia custodito l’anello di diamanti, che è di grande valore, ma perché conservare un comune anello d’argento?” pensava il giovane. Esaminandolo attentamente si accorse che all’interno dell’anello vi era una scritta “Anche questo cambierà”. “Ecco il motto di mio padre!” pensò, rimettendo l’anello al dito.

Entrambi i fratelli dovetteimpermanencero affrontare gli alti e i bassi della vita. Quando arrivava la primavera, il fratello più anziano era felice e si esaltava. Quando arrivavano l’autunno o l’inverno, era colto da forte depressione. Divenne teso e sviluppò una forte ipertensione. Incapace di dormire cominciò ad assumere sonniferi, tranquillanti e ogni sorta di farmaci sempre più forti. Questo era il fratello con l’anello di diamanti.
Il fratello più giovane, quando arrivava la primavera ne godeva e, guardando il suo anello, si diceva: ” Anche questo cambierà”. Quando l’estate lasciava il posto all’autunno poteva sorridere e dire  – “Bene, sapevo che stava per cambiare. E’ cambiato, ecco tutto!”
Quando l’inverno diventava più rigido, di nuovo guardava il suo anello e diceva “Anche questo cambierà” Non si lamentava mai, sapendo che tutto sarebbe cambiato. E tutto davvero cambiava, passava, finiva. Negli alti e bassi della vita, durante tutte le vicissitudini egli sapeva che nulla è eterno, che ogni cosa viene solo per andarsene. Così non perse l’equilibrio mentale e visse una vita felice e in pace. Questo era il fratello con l’anello d’argento.

 

 

La Magia del Respiro

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Carlos Castaneda

Quest’estate ho letto  il mio terzo libro di Carlos Castaneda, “Il dono dell’Acquila”.

Castaneda era un antropologo, ma è soprattutto diventato famoso per la sua serie di 12 libri in cui ha descritto il suo percorso di iniziazione allo Sciamanesimo mesoamericano.
Non è un autore facile, bisognerebbe leggere i suoi libri in ordine cronologico per avere una visione d’insieme, cosa che io purtroppo non ho fatto. Sicuramente fra i miei progetti futuri c’è quello di seguire questa chiave di lettura per poter meglio comprendere un autore così interessante e importante per aiutarci a cogliere ciò che esiste oltre il puro mondo materiale.
Ciononostante ho deciso di lasciare qui un estratto da questo libro che riguarda l’importanza del respiro nelle tecniche usate dagli iniziati per progredire nel loro cammino. Il testo è un po’ ostico ma ha una sua poesia se si legge senza tentare di dargli un senso puramente logico. Così ve lo lascio sperando possa esservi d’ispirazione 🙂
[…]Florinda spiegava che l’elemento chiave del ricapitolare era la respirazione. Il respiro per lei era magico perché era una funzione vitale. Diceva che era facile ricordare se si poteva ridurre l’aria di stimolazione intorno al corpo. Per questo era necessario lo scatolone, così la respirazione avrebbe favorito ricordi sempre più profondi.[…]
Florinda mi riferì che il benefattore le aveva ordinato di scrivere un elenco di avvenimenti da rivivere. Le aveva detto che la procedura si avvia con un respiro iniziale. I cacciatori cominciano col mento sulla spalla destra, inalando lentamente mentre ruotano il capo per un arco di centottanta gradi. Il respiro termina sulla spalla sinistra. Finito di inalare la testa torna in posizione rilassata. Esalano guardando dritto davanti a sé. 

Poi il cacciatore prende il primo avvenimento della lista e ci si sofferma finché non ha ricordato ogni sensazione ad esso collegata. Mentre i cacciatori ricordano le sensazioni connesse a tutto quel che è oggetto di ricapitolazione, inalano adagio, ruotando la testa dalla spalla destra alla sinistra. Questa respirazione ha il compito di ridare energia. Florinda affermava che il corpo luminoso crea in continuazione filamenti simili a ragnatele che sono proiettati fuori dalla massa luminosa, spinti da svariate emozioni. Di conseguenza ogni interazione oppure qualsiasi altra situazione che coinvolga i sentimenti, depaupera potenzialmente il corpo luminoso. I cacciatori, respirando da destra a sinistra, mentre ricordano una sensazione, con la magia del respiro raccolgono i filamenti che si sono lasciati dietro. Il respiro che viene subito dopo, va da sinistra a destra ed è un’esalazione; con questo i cacciatori espellono i filamenti lasciati loro da altri corpi luminosi coinvolti in quel che si sta ricordando…

Carlos Castaneda, Il Dono dell’Aquila