La forza rigenerante di Viparita Karani

In sanscrito, viparita significa ”invertito”, “girato” e karani “fare”, “eseguire”. Questa posizione può pertanto essere tradotta come “la posizione invertita”.Viparita-Karani

Chi ha seguito le classi di luglio ha sperimentato la versione più rilassante, con le gambe appoggiate al muro e i glutei posizionati sul bolster o su di una coperta.

Questa posizione, considerata un vero More

Furoshiki, o dell’arte di avvolgere

Japanese-style-wrapping-cloth-furoshiki-handkerchiefs-Flower-113B-COTTON-ANCHOR-RUDDER.jpg_640x640Due anni fa ho seguito un corso di furoshiki. Non sapevo cosa fosse, avevo solo letto velocemente che era una tecnica giapponese per confezionare pacchetti con la stoffa. L’idea mi incuriosiva e così sono andata e mi si è aperto un mondo.

Il furoshiki sarebbe la cosa più banale del mondo, ma in questo mondo talmente avanzato è invece diventato una rarità. Altro non è infatti che l’arte di imballare e trasportare le cose piegando e annodando un telo di stoffa. Quello che serve è un foulard quadrato che, piegato e annodato in vari modi diventa di volta in volta borsa, imballaggio, contenitore, adattandosi a oggetti di ogni forma e mantenendo sempre stile ed eleganza.d482968d968a6fc68e112adc732413cd

Ci sono vari motivi per cui amo l’arte del furoshiki. Portare
attenzione e cura verso ciò che si fa è un’arte a sè stante, quindi anche prendersi cura del regalo che vuoi portare a un amico è già di per sè un regalo.  L’ambiente ci guadagna, perché il concetto del furoshiki è che il foulard è un mezzo di trasporto e poi torna a casa con colui che lo ha impacchettato, pronto per trasformarsi in altro appena ce ne sarà l’esigenza. Pensate se tutti avvolgessero regali, ma anche bottiglie di vino, libri, in un furoshiki invece che in sacchetti di plastica o carta! E poi diciamocelo, tutto sommato agli amici fai anche un favore perché non devono impegnarsi a buttare via la carta che generalmente si strappa in malo modo, anche perché quasi mai a qualcuno interessa il contenitore ma solo il contenuto.
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Con il furoshiki invece, d’un tratto, il contenitore diventa originale e curioso e chi riceve il dono sa che hai preso del tempo per curare il dono. Infine, il furoshiki rappresenta benissimo il concetto di impermanenza: un pacchetto bello destinato sempre a scomporsi e a rinascere sotto altre spoglie.

Quante cose può insegnarci un semplice telo di stoffa!

 

 

 

Bhekasana, la posizione della Rana

53669805_456592634880480_1980740136446784783_nBhekasana è una posizione abbastanza avanzata nello yoga che richiede tempo per essere ben sentita. Essa allena la forza, la resistenza e la flessibilità insieme. Vengono infatti coinvolte tutte le parti del corpo, dalla testa ai piedi: le braccia, le gambe e la colonna collaborano per mantenere il tronco esteso, la leva delle braccia sui piedi mette le ginocchia in una flessione profonda. Produce una estensione importante dei flessori dell’anca e del collo dei piedi e può infatti aiutare a risolvere il problema dei piedi piatti. L’estensione della colonna si accentua a livello dorsale grazie a un’insolita posizione delle braccia, favorendo la respirazione e il flusso sanguigno. Gli organi interni vengono stimolati e la digestione facilitata. La posizione è molto interessante per le ginocchia: le articolazioni vengono rinvigorite, i muscoli attorno ad esse fortificati. Se praticata con costanza, riduce i traumi che affliggono questa parte del corpo, frequenti negli appassionati di corsa e jogging.

A livello più sottile porta energia ad anahata chakra, il chakra del cuore.bhekasana

Come sempre, il segreto è praticarla con consapevolezza, senza fretta, ascoltando il proprio respiro lento e rilassato. E magari connettendoci con la rana, proviamo a respirare con tutta la pelle, proprio come fa lei! I suoi polmoni infatti sono molto più rudimentali dei quelli dei mammiferi e svolgono una funzione puramente secondaria. La respirazione in questo animale si svolge principalmente mediante la pelle, con quella che viene chiamata “respirazione cutanea”.

Tat Tvam Asi – Questo sei tu

Tat Tvam Asi

Aham Brahmasmi

Ayam Atma Brahma

Il mantra sinteticamente significa “questo sei tu”, intendendo da un lato il Divino, il prossimo e la natura, dall’altro noi stessi. Siamo dunque un tutt’uno con Dio. Questo è uno dei più significativi insegnamenti derivanti dalla Chandogya Upanishad, importante testo della filosofia vedanta. Qui sono contenute tre grandi massime o aforismi, detti mahavâkya, ossia grandi detti, che sono tre espressioni sanscrite che esprimono il concetto dell’identità tra Spirito individuale, Atman, e Spirito universale, Brahman.

  • Tat tvam asi, Quello sei tu, dove Tat sta per ‘immenso, l’impronunciabile, il divino; mentre Tvam Asi significa “questo sei tu”. Pronunciando queste parole affermiamo di riconoscere e rispettare il divino in qualunque forma, entità o sensazione esso ci compaia davanti.
  • Aham brahmasmi, “Io sono Brahman, il Divino“. Qui diventiamo co
    nsapevoli di essere noi stessi divini
  • Ayam atma brahman, “Questo Sè è il Brahman“, o anche “Dio e io siamo un tutt’uno“

In questo mantra si parla di dualità. Si tratta delle due leggi cosmiche che costituiscono la base per la creazione e la conservazione di ogni esistenza. Spesso ci rendono la vita difficile perché non sappiamo come affrontare la divisione, i contrasti, l’essere diversi. Ma durante la nostra evoluzione spirituale impareremo sempre più ad accettare la dualità perché è attraverso l’accettazione di questa che giungeremo all’unione, all’interezza.alan-watts-427705

Un esempio molto banale ma che spesso dimentichiamo può essere la famosa legge dello specchio: inostri rapporti, sia in ambito privato che professionale, sono come degli specchi in cui vediamo noi stessi e che ci mostrano le cose non ancora risolte, o meglio liberate, in noi. Ricordiamoci quindi che attraverso lo specchio dei rapporti interpersonali si amplia la nostra consapevolezza e sono proprio le persone che disdegniamo che rispecchiano spesso tratti caratteriali o comportamentali che non accettiamo in noi stessi.

Tat tvam asi!

 

Utthita chaturanga dandasana, la posizione del bastone sollevato

In sanscrito chaturanga significa “i quattro arti”, “dandasana” “bastone” e “utthita” “sollevato“, ma questa posizione è oramai comunemente chiamata posizione della tavola. È una posizione a me molto cara e che trovo importantissima per vari motivi.

Da un punto di vista prettamente fisico, rafforza e tonifica la parete addominale, non solo i muscoli superficiali, ma anche il muscolo trasverso, che ne è la parete più profonda. In caso di problemi al disco vertebrale o mal di schiena o ernie, questa posizione può aiutare a rafforzare la parte frontale del corpo per compensare la problematica nell’area posteriore ed infatti è ottima per rinforzare la schiena e migliorare la postura.

itthita chaturanga dandasanaMa anche spalle, braccia, polsi e petto vengono stimolati. Allunga inoltre i muscoli delle gambe e in generale aumenta la resistenza e la forza muscolare. È infine di grande aiuto per il senso dell’equilibrio. 

Ad un livello più sottile, attiva il plesso solare, Manipura chakra, migliorando così tutti gli aspetti relativi a tale chakra: senso di fiducia in se stessi, determinazione e forza di volontà. Imparando a rilassarsi nella posizione e tenendola vari respiri, (anche per vari minuti!), si possono facilmente percepire queste sensazioni e vi assicuro che è molto piacevole.

Il motivo per il quale mi piace proporla spesso e volentieri nelle classi è comunque principalmente dovuto all’attivazione del muscolo trasverso dell’addome, che gioca un ruolo essenziale nella pratica yogica.

Vi lascio in tal proposito con una citazione presa da un articolo molto ben scritto sull’importanza di questo muscolo e che potete leggere nella sua interezza qui.

Trasverso

“Il trasverso dell’addome non produce alcun movimento del tronco, la sua azione si espleta attraverso uno stato di “tenuta” spesso involontario, che crea di riflesso una leggera compressione a livello delle articolazioni intervertebrali, limitando in questo modo le forze di scivolamento tra i piani vertebrali  e conferendo stabilità su tutti i piani di movimento. Quindi maggiore sarà l’attivazione del trasverso, maggiore sarà la rigidità del muscolo stesso e delle articolazioni che esso attraversa. Per cui, la capacità di aumentare la rigidità delle articolazioni intervertebrali della intera colonna vertebrale (che detta così sembrerebbe un contro senso rispetto alla filosofia Yogica che prevede mobilità su tutti i piani e gli aspetti) attraverso il controllo in tenuta del trasverso dell’addome, consente di controllare i cedimenti e le forze di taglio che incorrono sotto carico e durante un movimento, inducendo un aumento della stabilità articolare.

Perciò, quando in un Asana si applica il controllo del trasverso dell’addome, (Uddiyana Bandha), si crea un iniziale stato di “rigidità”, che attraverso il permanere nell’Asana, si trasforma nell’esatto opposto, donando mobilità sui piani articolari e muscolari molto profondi.”

Sankalpa

Tu sei il tuo desiderio più profondo (Sankalpa)
Il tuo desiderio è la tua intenzione
La tua intenzione è la tua volontà
La tua volontà è la tua azione
La tua azione è il tuo destino

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Sankalpa è un composto di Kalpa, che significa voto o promessa e San, che si riferisce alla verità più alta, la priorità mantenuta con tutto l’impegno possibile. Può quindi essere definito come l’intenzione che si trova nel nostro essere più profondo e che ci guida verso la verità più alta.

Quello che mi piace del sankalpa è che è un ottimo mezzo per guardare dentro di noi in maniera profonda e onesta, senza giudizio. Spesso e volentieri io mi trovavo, e tutt’ora a volte mi capita, imbarazzata davanti alla scelta del sankalpa, non sapendo cosa effettivamente potessi volere, cercare, domandare. Non è così ovvio come potrebbe sembrare e certamente richiede un discreto lavoro su se stessi.

Il sankalpa può essere espresso prima di qualsiasi pratica spirituale, prima della meditazione o perché no, anche all’inizio di un nuovo giorno. L’importante è essere consapevoli delle parole che stiamo pronunciando, essere rilassati e centrati. Infatti, quando il sankalpa è praticato su una mente calma, viene impresso al di là di essa, in quel luogo da dove sorgono i pensieri, che raggiungiamo anche tramite la meditazione.

Per esprimere la nostra verità intenzionale, il sankalpa deve essere espresso in maniera positiva, in una frase sintetica di senso compiuto e al tempo presente. Questo per non portare negatività e distanza alla nostra intenzione.

Non diremo quindi “non voglio più avere pregiudizi su Caio”, ma piuttosto “Ascolto Caio senza pregiudizio alcuno”.intentionIn questo modo pianteremo giorno dopo giorno il seme del nostro sankalpa a livello profondo nel nostro essere, fino alla radice dell’anima, sapendo che quando sarà il momento giusto, nei tempi divini, questo sarà realizzato. Il metodo del Sankalpa infatti si basa non tanto sullo sforzo, ma sul convincimento e sulla costanza. Ci sorprenderà notare i piccoli cambiamenti cui andremo incontro praticando con consapevolezza questo “buon proposito”.

Essendo un’amante dell’etimologia, non posso non legare il sankalpa al concetto tutto latino di desiderio. L’origine di questa parola mi ha sempre affascinata: esso è un composto dalla preposizione de che in latino ha sempre un’accezione negativa e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella. Desiderare significa quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, dei buoni presagi, dei buoni auspici. Per estensione quindi questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.

Mi piace unire il sankalpa al nostro più conosciuto desiderio, parola ultimamente caduta un po’ in disuso, forse perché troppo grande, troppo romantica in quest’epoca dove tutto deve essere pura apparenza. Un altro punto essenziale del sankalpa, che lo accomuna al nostro desiderio, è la segretezza. Il sankalpa è questione intima, non lo si deve gridare ai quattro venti. Lo possiamo scrivere segretamente per noi stessi, ma in ultima battuta si tratta del nostro proponimento, esso va protetto da qualsiasi influenza esterna, quand’anche fosse positiva. Siamo noi stessi gli unici responsabili e tali rimarremo sino al suo pieno compimento. Nessun altro può decidere per noi, nessun altro deve influenzare le nostre scelte. Il riserbo da cui va circondato ha lo scopo di esaltarne l’efficacia: la segretezza ne moltiplica la potenza.

Buon sankalpa a tutti!

Ut – tan, l’intenso allungamento

Nella tradizione gli yogi collegavano in modo simbolico le diverse parti del corpo ai punti cardinali, con la testa che rappresenta il Nord, le piante dei piedi il Sud, la parte anteriore del corpo l’Est e la parte posteriore l’Ovest.

Ecco quindi che il termine uttana, intenso allungamento, riunisce varie asana, ognuna delle quali va ad estendere una particolare fascia del corpo.

In particolare racconterò in questo breve articolo le quattro asana che maggiormente stiamo conoscendo e approfondendo durante le classi, iniziando da uttanasana, una posizione che non dovrebbe mai a mancare nella pratica.

 

uttanasana

Uttanasana è la “posizione di intenso allungamento” che si svolge in piedi. Distende tutta laparte posteriore del corpo, in particolare le gambe e la parte bassa della schiena, massaggia gli organi interni e aiuta a disintossicare fegato, milza e reni. Aaccresce la flessibilità della parte alta della schiena e la distensione dei muscoli delle cosce. Favorisce l’afflusso del sangue verso la testa. É una posizione di radicamento alla terra,eccellente per stimolare Muladhara, il primo chakra. Come tutte le asana di allungamento in avanti, che quindi in qualche modo “raccolgono”, calma il sistema nervoso e porta all’introspezione.

Paschimottanasana

Paschima significa “Ovest”, che unito ad uttana diventa Paschimottanasanaposizione dell’allungamento dell’Ovest o della schiena. Aumenta la flessibilità delle anche e della colonna vertebrale, alleviando la lordosi e la lombalgia, tonifica e massaggia la zona pelvica e addominale, migliora le funzioni digestive. Riduce la dispepsia, la costipazione e i sintomi della gastrite e, proprio come uttanasana, rilassa il sistema nervoso permettendo il raccoglimento in sè stessi. Anche questa posizione stimola il primo chakra.

 

purvottanasana

In Purvottanasana troviamo invece il sostantivo purva, che in sanscrito significa “est” e quindi possiamo tradurre con  “posizione dell’intenso stiramento della parte anteriore del corpo”. É un’asana a me molto cara e che stiamo imparando ad eseguire con consapevolezza in questo periodo. Allunga tutti i muscoli della parte anteriore del corpo, fortifica i muscoli della schiena, delle braccia, dei polsi e delle gambe, rafforza le articolazioni delle spalle, del torace e delle caviglie. Apre inoltre la cassa toracica e distende i polmoni e, essendo una posizione di apertura, stimola il sistema nervoso. Sempre per questo motivo, purvottanasana attiva Manipura, il terzo chakra. Durante l’esecuzione dell’asana si può facilmente avvertire un’espansione e attivazione dell’energia a livello di coraggio, forza di volontà, determinazione.

 

 

300px-Parsvottanasana

Parsvottanasana è invece composto dal sostantivo parsva, lato, che quindi intende la posizione dell’intenso allungamento laterale. Promuove l’allungamento della muscolatura della schiena, delle spalle, dei fianchi e dei polpacci, distende le articolazioni intervertebrali, rinforza la muscolatura delle gambe. Stimola la circolazione e le funzioni degli organi addominali, migliorando la digestione. Aiuta ad incrementare la muscolatura della pianta dei piedi, utile per chi soffre di piedi piatti ma anche di piedi cavi e in generale, grazie all’equilibrio richiesto, migliora la postura e il senso di stabilità. Quando si estende la spina dorsale e si aprono le spalle si può sentire un senso di libertà nella parte alta del corpo, che viene stabilizzata dall’equilibrio richiesto dai piedi e dalla forza delle gambe. Sperimentandotale posizione, quindi, è possibile percepire questa dualità. A livello sottile parsvottanasana attiva Anahata, il quarto chakra. Durante l’esecuzione dell’asana si può avvertire un’espansione e attivazione dell’energia a livello di capacità di amare, gioia, fiducia.

 

 

Agnisara Dhauti

Uddiyana Bandha conduce naturalmente ad Agnisara Dhauti. Dhauti equivale a “processo di purificazione” e Agnisara “con il fuoco”. Agnisara dhauti significa quindi “purificazione con il fuoco”, dove per fuoco intendiamo quello digestivo.

Questo dhauti infatti è un ottimo massaggio per l’addome, facilita l’assimilazione dei cibi e accelera la digestione intestinale, da cui il meritato nome di “purificazione con il fuoco (digestivo)”.

Esso consiste in una serie di uddiyana ripetute senza respirare: quando il ventre è contratto, lo si lascia ritornare subito alla sua posizione naturale per contrarlo nuovamente subito dopo fino a quando non si senta il bisogno di respirare. Dopo una breve pausa si ripete e così per qualche ciclo. All’inizio è meglio procedere lentamente, per poi aumentare il ritmo fino ad arrivare ad una ripetizione di 50 o 60 uddiyana.

La difficoltà di agnisara dhauti sta nell’effettuare queste detrazioni mantenendo il ventre sempre rilassato.

Come uddiyana bandha, anche questo dhauti dovrebbe essere praticato a stomaco vuoto, preferibilmente al mattino prima di colazione e idealmente dopo aver svuotato le viscere.

Queste due pratiche correggono lo stato funzionale con il massaggio profondo, con la manipolazione delle viscere e l’acceleramento della circolazione nell’addome. Tutto il tubo digerente ne è stimolato, la digestione diventa più facile e la dispepsia scompare. La depressione che viene a crearsi nella cassa toracica interessa, oltre agli organi addominali anche il diaframma, i polmoni e il cuore. Il diaframma ritrova la sua perduta mobilità, i polmoni vengono stimolati e tornano elastici, mentre l’apnea a polmoni voti li tonifica. Il cuore, poggiato accuratamente sul diaframma e trai polmoni, trae beneficio dal massaggio provocato dal reiterato sollevamento del diaframma. Infine, dedicando pochi minuti ogni mattina, stimoliamo la circolazione sanguigna.

Non per caso Swami Shivananda attribuiva a uddiyana bandha e agnisara dhauti la definizione di “benefattori dell’umanità”.

Nauli, il quinto Shatkarma

मन्दाग्नि-सन्दीपन-पाछनादि-
सन्धापिकानन्द-करी सदैव |
अशेष्ह-दोष्ह-मय-शोष्हणी छ
हठ-करिया मौलिरियं छ नौलिः || ३४ ||
mandāghni-sandīpana-pāchanādi-
sandhāpikānanda-karī sadaiva |
aśeṣha-doṣha-maya-śoṣhaṇī cha
haṭha-kri

yā mauliriyaṃ cha nauliḥ || 34 ||
Nauli è la pratica prin
cipale dell’Hatha Yoga Pradipika. Stimola il fuoco digestivo, rimuove l’indigestione, la digestione lenta e altri disordini dei dosa, portando felicità.

 

nauli

Nauli è elencato nell’Hatha Yoga Pradipika come il quinto della serie degli shatkarma, le sei tecniche di depurazione atte a preparare il discepolo al pranayama. Questa pratica è, come ricorda il testo, probabilmente la più importante fra gli shatkarma, quella che si dovrebbe eseguire giornalmente.

Durante il nauli tutta la nostra struttura muscolare viene coinvolta ma in modo particolare sono all’opera i retti addominali. Per questo una pratica quotidiana garantisce un addome tonico e un buon funzionamento dell’apparato gastroenterico, rimuovendo la costipazione e incoraggiando la peristalsi intestinale.
Inoltre, grazie alla collaborazione di molti muscoli addominali, nauli svolge un’azione di sostegno per la colonna lombare.

अथ नौलिः
अमन्दावर्त-वेगेन तुन्दं सव्यापसव्यतः |
नतांसो भरामयेदेष्हा नौलिः सिद्धैः परशस्यते || ३३ ||
atha nauliḥ
amandāvarta-veghena tundaṃ savyāpasavyataḥ |
natāṃso bhrāmayedeṣhā nauliḥ siddhaiḥ praśasyate || 33 ||
Piegandosi in avanti, si sporge l’addome in avanti e lo si fa ruotare da destra a sinistra e da sinistra a destra con vigore. Questo è chiamato dai discepoli Nauli

Essenziale per eseguire il nauli è avere già dimestichezza con l’uddhyana bandha.
Se si è in grado di mantenere agevolmente uddiyana bandha per 15-20 secondi, si può iniziare il nauli.Durante il mantenimento di uddiyana bandha viene data una spinta in avanti e verso l’alto alla zona addominale, fra l’ombelico e l’osso pubico.
Ciò provoca la contrazione e quindi la stimolazione dei muscoli retti addominali fra l’osso pubico e le costole, le qualiassumono un aspetto sporgente.

Personalmente io lo pratico tutte le mattine, cercando di far muovere abbastanza velocemente, ma profondamente, i muscoli retti addominali con un movimento fluido. Più ci si abitua più si riesce a restare maggiormente in ritenzione, facendo anche sulle 50/60 rotazioni in un solo round. Farne anche 4 cicli è un buon modo per risvegliare bene la zona 🙂

 

 

Dhautīh, il primo shatkarma

तत्र धौतिः
छतुर-अङ्गुल-विस्तारं हस्त-पञ्छ-दशायतम |
गुरूपदिष्ह्ट-मार्गेण सिक्तं वस्त्रं शनैर्ग्रसेत |
पुनः परत्याहरेछ्छैतदुदितं धौति-कर्म तत || २४ ||
tatra dhautiḥ
chaturangghulavistāraṃ hastapañchadaśāyatam |
ghurūpadiṣhṭamārgheṇa siktaṃ vastraṃ śanairghraset |
punaḥ pratyāharechchaitaduditaṃ dhautikarma tat || 24 ||
Un pezzo di stoffa, larga quattro dita e della lunghezza di 5 volte il palmo della mano, viene umidificato e lentamente ingerito per poi venire estratto molto lentamente, come insegnato dal Guru. Questa tecnica è conosciuta come  Dhauti.

Dhautīh è il primdhautiho shatkarma segnato nell’Hatha Yoga Pradipika e probabilmente uno fra quelli che più possono intimorire.
La tecnica infatti è abbastanza complessa, sebbene non impossibile. A livello fisico, si tratta di una pulizia della gola e dell’esofago. A livello più sottile, questo shatkarma stimola i muscoli che vengono maggiormente sollecitati durante il pranayama.
In pratica, si ingerisce una striscia di garza umida, accompagnando l’introduzione con varie sorsate d’acqua e masticando la garza lentamente, come fosse cibo, inghiottendola poco alla volta fino a che nosterno-gabbia-toracican raggiungerà lo sterno, proprio fino al processo xifoideo. La parte finale della garza verrà tenuta coi denti, poiché dopo, sempre lentamente e con molta delicatezza, la si estrarrà dalla bocca.
È consigliato eseguire le prime volte questa tecnica con un maestro che ci assista, poiché non possiamo mai sapere che tipo di sensazioni o reazioni ne deriveranno!

A cosa serve ce lo rivela il sutra successivo:

कास-शवास-पलीह-कुष्ह्ठं कफरोगाश्छ विंशतिः |
धौति-कर्म-परभावेण परयान्त्येव न संशयः || २५ ||
kāsa-śvāsa-plīha-kuṣhṭhaṃ kapharoghāścha viṃśatiḥ |
dhauti-karma-prabhāveṇa prayāntyeva na saṃśayaḥ || 25 ||
non c‘è dubbio che tosse, asma, malattie della milza, anche lebbra e altri venti tipi di malattie causate da un eccesso di muco vengono distrutte attraverso gli effetti di Dhautīh Karma.
shiva

È abbastanza improbabile che si riesca subito ad ingerire la garza fino ad arrivare allo sterno. Il mio consiglio è provare ogni giorno, fino a che il corpo non si sarà abituato. Il mio insegnante ci ha dato come “trucco” quello di stendere un po’ di miele sul pezzo di stoffa, per renderlo più pesante e farlo scendere più facilmente. A me ha aiutato molto.
Quando riusciamo ad ingerire completamente la garza, cerchiamo di restare un po’ in ascolto, respirando profondamente e cercando di seguire l’allineamento della schiena, per sentire cosa succede nel corpo e quali muscoli vengono stimolati.

Due nota a margine: Hast in sanscrito significa “la lunghezza che va dal gomito fino alla punta delle dita”. La lunghezza della garza dipenderà quindi dal singolo yogi, che taglierà la garza di conseguenza.
Esiste poi una variante a questa tecnica, spesso chiamata vastra dhautih, dove il pezzo di garza è molto più lungo e raggiunge lo stomaco. Stranamente, è una variazione che ha preso molto piede e viene aimé spesso confusa con dhautīh. Ma questa seconda tecnica non è uno shatkarma.